
C'è la suina. Dal ritorno dagli States, millemila precauzioni per non beccarsi la temuta influenza: e lavati le mani, e non frequentare luoghi chiusi e affollati, e gira con la mascherina, e non girare con la mascherina che non sei in una puntata di
x-files ( una delle più brutte, tra l'altro), e fai il vaccino, ma no, non farlo che non rientri nelle fasce a rischio e così via. Insomma, da non capirci più nulla e da perderci il senno, a star dietro a tutte le precauzioni e al loro opposto.
Fine della fiera? Non si trova un Gel Igienizzante mani dell' Amuchina (un trattamento-urto, pare che sconfigga il 99,9% dei batteri presenti nelle nostre mani) manco a pagarlo oro. Vedo le ragazze in treno che lo tirano fuori dalle borse e se lo spalmano, sento l'odore tipico da ospedale, ho provato a cercarlo, ma esaurito in ogni supermercato. Mannaggia. Direi che siamo in piena psicosi e che io non posso partecipare. Che altro si può fare, allora? Ho ripiegato sulle più normali salviettine umidificate. Ed ho fatto fatica a trovarle, pure loro.
Altro comandamento: non frequentare luoghi chiusi e affollati. Orbene, e al mattino a lavorare come si va? Non sono ancora abbastanza facoltosa da permettermi viaggi in elicottero, per cui mi tocca prendere la metro per arrivare in ufficio e il treno dei pendolari per raggiungere casa.
Quanto pensate siano affollati? Abbiamo a malapena 13,7 cmq di mobilità, dopodichè si entra nella borsa del vicino. Quando va bene.
L'altra sera sono uscita really late e mentre andavo alla metro, mi dicevo " ti prego, fa che non si sia suicidato nessuno, che il traffico sia nella norma e che si arrivi a casa ancora con la data di oggi" ricordando un paio di occasioni, negli ultimi 6 mesi, dove, a causa di tentativi di suicidi più o meno portati a termine, avevo raggiunto la mia adorata dimora (
Casa mia
casa mia
per piccina che tu sia tu mi sembri una badia) ad ore più consone ad un ritorno da disco pub che dall'ufficio.
Ho una spatafiata di fermate da fare, il tempo di innamorarsi, sposarsi e divorziare, tutto in un viaggio. Eppoi dicono che la vita di oggi è stressante, troppo veloce e non c'è più tempo libero. Tranquilli, la metro risolve tutto. Vi fate una famiglia in men che non si dica. Da una parte all'altra della città.
Temperatura esterna: ca 30°. Temperatura del vagone: dei pinguini leggevano, c'erano dei quarti di manzo appesi e il mio vicino era una pupazzo di neve (carota al posto del naso, pensava di farmela, ma l'ho sgamato subito). Aria condizionata a palla, insomma.
Alla fermata successiva, nel mio vagone, sale un tipo. Uno che non si siede in modo educato, ma si butta sul sedile di traverso, come un sacco di patate, occupando due posti. Lo riconosco e affondo il naso nel libro, un po' perchè non so come reagirà al vedermi lì, un po' perchè non c'ho voglia di banfare. E' tardi, sono stanca, giornata in ufficio assai pesante tanto da essermi soprannominata "pallina da flipper". Insomma, non ho proprio voglia di imbastire una conversazione, seppur minima. A parte la comprensibile sorpresa di vederlo in metro, in una città di oltre 2 milioni di abitanti, mi rendo conto che no, il mio cuore non ha accelerato il suo battito. Non tremo e non sto sudando. E' tutto ok. Houston può stare tranquilla, non abbiamo problemi, i parametri sono nella norma. Ho sperato fosse abbastanza stanco e perso nei suoi pensieri da non far caso ai pochi passeggeri ( alle 20.30 di sera la metro è vivibile). Speranze vane! Ma porca puzzola, mai che vada come mi auguro.
Mi scorge, si alza e viene a sedersi vicino. Mannaggia a me e alla cattiva abitudine di cercare sempre posti isolati, con nessuno accanto. Mentre si avvicina, mi vedo come il
maestro di cerimonia in Cabaret, lì, sul palco, pronta ad esclamare "Ed ora, di ritorno dai più prestigiosi palchi del mondo, ecco a voi, il grande, il magnifico, l'inarrivabile The Superbanfing Illusionist".
Mi sorride, sornione ed io ricambio, mostrandomi serena ed ingenua. Subito cerca di prendermi il libro, per vedere cosa leggo ed io penso "com'è invadente", poi comincia a farmi il 3° grado, as usual. "Sei uno stramaledetto impiccione", mi dico mentre il mio viso dissimula bene i miei reali pensieri, sorridendogli e mostrando interesse ai suoi racconti.
Avete presente la tattica della guerriglia contro l'esercito invasore? Si minano i ponti, ma li si fanno saltare quando ci passa sopra la colonna di soldati nemici, per produrre più devastazione possibile. Ecco, ho messo in pratica una manovra simile. L'ho lasciato parlare, dandogli quello che desiderava: attenzione. Un fiume in piena, come ricordavo. Tutto girava attorno alla sua vita, sempre la solita storia. Poi, memore dell'insegnamento dei
Monty Python con "Ed ora... qualcosa di completamente diverso", l'ho preso in contropiede, interrompendolo mentre monologava con un commento assolutamente fuori contesto, della serie "Sì, ottimo", sguardo assente e sorriso di circostanza. Dopodichè ho riaperto il libro, riacceso l'ipod ed ho lasciato che
Sober dei Tool mi deliziasse le orecchie.
Lui è rimasto basito, ritrovandosi a parlare da solo e, soprattutto, ad non essere ascoltato. Mossa successiva? Un bagno d'umiltà notevole, avvertibile dal cambiamento del suo tono di voce, più cadenzato, come se cercasse le parole giuste e meno sicuro di sè, con conseguente flebile domanda "E' così importante quello che leggi?".
Mi sono voltata a guardarlo, l'ho fissato pensando "Dio quanto t'ho amato... E te ne sei fregato alla grande", però ho risposto, con un tono che sapevo l'avrebbe fatto sentire a disagio e quindi irritante "Eh sì, sto preparando il prossimo esame. Me ne mancano pochissimi all'ennesima laurea. Sai quanto sia difficile studiare e lavorare, così approfitto del viaggio in metro per portarmi avanti".
Sapevo che bastava citargli la mia laurea per farlo:
1) incazzare a morte;
2) zittirlo.
Infatti è poi sceso alla fermata successiva, salutandomi frettolosamente, senza nemmeno dirmi come sempre aveva fatto "Fatti sentire, ok? Chiama quando vuoi" ed io ho pensato "ma dove accidenti è l'amuchina quando serve?"