1 dicembre 2010

Ricoveri virtuali e sexy solitudini



Prima buona notizia: sono tornati i miei Marlene Kuntz.
Seconda buona notizia: sono in gran forma.
Questo 8° album in studio "Ricoveri virtuali e sexy solitudini" li riporta un po' ai fasti degli esordi, dove il trittico Catartica, il Vile e Ho ucciso paranoia rimane un punto fermo nell'ambito della scena musicale indie italiana degli anni '90.


Li ho seguiti quando erano chitarre distorte e furia sul palco, esami da dare, pogo sulla trascinante Sonica e lividi ovunque; sono passata attraverso la fase "pop" del duetto con Skin, Cara è la fine in una Mazdapalace strapieno, nevosa e fredda sera di febbraio dove decidevo del mio futuro a Milano e dell'amore.
Sono approdata anni dopo in una poltroncina di velluto del teatro Colosseo e alla loro svolta "cantautorale", libretto in mano come alla Scala, Godano, in maniche di camicia che, introducendo Uno, citava Nabokov e cantava:

"Eri tu il mio amore la mia dolce metà
la nostra vita insieme un'armoniosa unicità.

C'è qualche cosa di sbagliato nell'amore
C'è che quando finisce porta un grande dolore.
Perchè quando un'amicizia muore non c'è
questo spasimo che sa di tremenda condanna?"

Mentre nel buio mi commuovevo, perchè così come "Che cosa vedi" aveva fatto da colonna sonora all'inizio della mia storia d'amore più importante, così "Uno" mi stava accompagnando verso la rottura e sentivo direttamente sulla mia pelle il mood di quel disco, l'atmosfera languida e decadente tipica della fine di una relazione intensa.



Ed ora, dopo 3 anni, sono tornati con Ricoveri virtuali e sexy solitudini, dove attingono alla furia degli esordi ma sembrano controllarla e indirizzarla verso sonorità solo all'apparenza più morbide, la splendida "L'artista" e la tagliente "Ricovero virtuale" su tutte.
E' un disco che affronta il tema della solitudine in questa realtà virtuale, fatta di social network, internet e rapporti personali sempre molto veloci e superficiali. E dove un artista sensibile può desiderare di trovare il suo angolo di quiete, dove comporre e sentirsi libero da condizionamenti, soprattutto quello dei fan più oltranzisti.
Una sorta di equilibrio musicale, una maturità piena che sa essere scabra e morbida allo stesso tempo, che accetta i suoi opposti e che riesce a farli convivere serenamente.
Non ci sono più le contrapposizioni degli inizi, ma nemmeno la trama in filigrana sottile del cantautorato recente, i MK sembrano aver agguantato di nuovo il solco da percorrere.
Ed io con loro.

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